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Condizioni disumane in cella: condannato il Ministero

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(Il Dubbio 7 luglio 2016, autore: Valentina Stella)

Arriva un’altra condanna per una detenzione in condizioni disumane. Con decreto del 4 luglio 2016 il Tribunale di Roma, Seconda sezione civile, Giudice dott. Federico Salvati, ha condannato il Ministero della Giustizia ai sensi dell’articolo 35ter dell’Ordinamento Penitenziario per aver costretto l’ex detenuto Giacomo Reina a scontare la sua pena in condizioni inumane e degradanti all’interno della Casa Circondariale Rebibbia Nuovo Complesso.
Al signor Reina, assistito dall’avvocato Alessandro Gerardi, membro del Comitato radicale per la Giustizia Piero Calamandrei, il Ministero dovrà risarcire il danno versando una somma pari a 8 euro al giorno per l’intero periodo di detenzione sofferto (1662 giorni) per una cifra complessiva di 13.296,00 euro.
Secondo l’avvocato Gerardi, il provvedimento emesso dal Tribunale di Roma è molto importante perché “con esso è stato stabilito che, anche nel caso in cui le condizioni minime di spazio vitale risultano rispettate, vi è comunque violazione dell’art. 3 della CEDU tutte le volte in cui, come nel caso di specie, le caratteristiche del luogo di detenzione risultano compromesse per essere il bagno collocato nel medesimo ambiente in cui il detenuto alloggiava, o  per la inadeguatezza degli impianti docce e dell’assenza dell’acqua calda e del bidet“.

Come si evince infatti anche dai dati riportati sul sito dello stesso Ministero della Giustizia, alla sezione dedicata alla trasparenza sugli istituti penitenziari,  nel Nuovo Complesso di Rebibbia, solo in 309 stanze di detenzione, su un totale di 1270, è presente un bagno separato dalla zona in cui i detenuti dormono e mangiano. Addirittura solo in 3 celle arriva l’acqua calda. Questa situazione di emergenza è confermata anche dalla fotografia che offre l’associazione Antigone sul proprio sito dove sottolinea come “i posti doccia sono generalmente 2-3 per piano (2-3 sezioni), ma gli orari consentiti per l’utilizzo sono generalmente 8,30-10,30; 13-14,30; 16-18 e generalmente al mattino, dopo una decina di docce, l’acqua diventa fredda, anche perché negli scaldabagni c’è spesso calcare”.

Oltre a questa grave criticità relativa alla condizioni di igiene persiste anche un grande problema di sovraffollamento: a fronte dei 1212 posti regolamentari, di cui attualmente 21 non sono disponibili, il carcere romano accoglie invece 1445 detenuti.

Tale provvedimento dunque si inserisce nella scia ininterrotta di varie decisioni con cui tribunali italiani condannano il nostro sistema penitenziario per le condizioni disumane in cui ancora oggi sono costretti a vivere molti detenuti. Ricordiamo che già la giurisprudenza europea formatasi sul patologico sovraffollamento dei nostri istituti di pena ha avuto modo di sanzionare in più di una circostanza il nostro Paese per gli spazi insufficienti in cui sono costretti a vivere i detenuti e, più in generale, per il complesso di tutte le altre condizioni di detenzione praticate nei confronti delle persone private della libertà personale. I giudici di Strasburgo, in particolare nella ben nota sentenza Torreggiani e altri c. Italia dell’8 gennaio 2013, hanno constatato che il problema del sovraffollamento carcerario in Italia è di natura strutturale.

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