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IN RICORDO DI THEO VAN GOGH

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Articolo a firma dell’avvocato Alessandro Gerardi pubblicato su L’Opinione delle Libertà

Curioso mondo questo, si può essere seguaci dei peggiori regimi criminali ed essere ricevuti nei salotti, si possono diffondere le peggiori balle o teorie complottiste in qualità di ospiti fissi di importanti talk-show e spettacoli televisivi, ma se si toccano i miti della società “multiculturale” il linciaggio è di rigore: si viene subito sepolti sotto veementi, ottuse e fanatiche tonnellate di banalità, di frasi fatte, di tautologie della mutua, di teoremi insostenibili e di sillogismi sgangherati. Quando era ancora in vita, Theo van Gogh è stato accusato di essere “razzista-xenofobo” allo stesso modo con cui quarant’anni fa si era soliti bollare come “fascista” chiunque pensasse che la proprietà privata fosse un valore, che in Cambogia stesse accadendo qualcosa di spiacevole e che la Bulgaria non fosse governata da gentlemen. Gli stessi gonzi che predicavano l’ineludibilità della società senza classi, dopo essersi spazzolati di dosso i calcinacci del Muro di Berlino che gli era appena caduto in testa, cominciarono a vaticinare le magnifiche sorti e progressive di quella “comunitaria e multiculturale”.

Le parole d’ordine sono dunque cambiate, pochezza intellettuale e fanatismo isterico no. E così, sedici anni fa, esattamente il 2 novembre 2004, mentre tutto il settarismo disponibile nel continente si scaricava su George Walker Bush e Tony Blair, ad un fanatico islamico non rimase che scaricare la sua pistola su Theo Van Gogh colpevole di aver dato voce ad Ayaan Hirsi Ali in “Submission”. Theo van Gogh venne trucidato in piano giorno, nel centro di Amsterdam: dopo avergli sparato sei colpi di pistola e tentato di tagliargli la gola, l’assassino piantò nella sua pancia due coltelli, uno dei quali tratteneva un documento di cinque pagine contenente una fatwa nei confronti di Ayaan Hirsi Ali che da allora fu costretta a lasciare l’Olanda e a trasferirsi negli Stati Uniti. Il gesto di Mohammed Bouyeri, uno dei tanti invasati appartenente al gruppo estremista islamico Hofstad, fu del tutto logico, coerente e conseguente alla campagna di disumanizzazione in perfetto stile trotzkista scatenata da tutti i media in danno del regista e produttore olandese a suon di superficialità, luoghi comuni, millenarismo e subculture assortite e ben macerate in anni di fallimento.

Ancora oggi, a distanza di molti anni dal suo assassinio, Theo van Gogh viene descritto come un piccolo Hitler in salsa olandese. Eppure, l’avversione al fanatismo musulmano manifestata dal regista olandese era agli antipodi di quei gruppi neonazi tedeschi e italiani che non disdegnano di sfilare sotto le bandiere del “martire” Yasser Arafat. Nelle sue polemiche contro le comunità islamiche estremiste presenti nel suo paese, van Gogh non addusse mai ragioni razziste, che anzi respingeva con sdegno; la sua era una battaglia condotta in nome della tolleranza olandese, della cultura e dei valori occidentali. L’assurda accusa di razzismo mossa nei confronti del regista olandese non è venuta meno neppure dopo la sua morte, anche perché, come abbiamo visto, Theo van Gogh era un non-umano, non un indio né un sindacalista, men che meno un fedayn che risorge dalla barella, ma solo un regista, scrittore e produttore televisivo le cui opere e il cui pensiero erano invisi a un po’ tutta l’intellighenzia europea, uno cui Don Vitaliano Della Sala negherebbe i sacramenti, uno le cui foto steso sul selciato con un coltello conficcato in petto, e senza nemmeno la pietà d’un velo, sono finite su quasi tutti i giornali, uno di cui si può tranquillamente mandare in onda l’agonia come in un qualsiasi telefilm americano.

 

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